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Parabola
dell'anacoreta e le olive
Rousseau
andò a vivere nel deserto come un anacoreta. Scelse una
caverna piccola, non lontano da un oliveto e un fiume.
Durante il primo mese andò riducendo i suoi alimenti
fino ad essere capace di sostentarsi con una pagnottella
e un pezzo di formaggio. Poi eliminò il formaggio, ma
mise delle olive nella pagnottella. Una settimana più
tardi divise il pane a metà. Al terzo mese non mangiava
che tre olive al giorno, e le ridusse a una sola dal
quinto mese. La selezionava particolarmente acida.
Visse trentanni nella grotta, senzaltra
compagnia che alcune zecche denutrite e una tartaruga che
lo ignorava ostensibilmente. Tutte le mattine, appena
recitate le sue preghiere, andava nelloliveto e
strappava unoliva magra e tigliosa per la cena. La
metteva bene in vista, per mortificare la carne, e,
quando la frase divenne metaforica, per disciplinare lo
spirito. Meditava fino a sera. Con il buio, si mangiava
loliva, rendeva grazie a Dio
lidentità precisa di Dio non ha in questo caso
molta importanza e continuava a meditare fino al
mattino. A tratti si addormentava, o forse meditava
soltanto il sonno, o viceversa.
Con letà, prese labitudine di pranzare nel
pomeriggio, perché gli era difficoltoso dormire con lo
stomaco pieno. Avendo raggiunto i livelli superiori di
controllo sulla materia, levitava quasi sempre, e
scendeva a terra solo per mangiare loliva. I suoi
escrementi erano così leggeri da levitare
anchessi, e furono utili nella meditazione. Arrivò
a comprendere che lui stesso era un escremento di Dio, e
che solo la merda galleggia, e seppe che ciò era buono.
A volte condiva loliva con polvere umida, o le
spremeva lolio per poi intingercela dentro. Dio gli
permise queste piccole debolezze.
Un pomeriggio, Rousseau ricevette la visita di Dio in
persona. Essendo unoccasione tanto speciale, scese
a terra e offrì al creatore loliva. Con
gentilezza, lessere supremo disse che aveva già
mangiato, ma Rousseau insistette e Dio finì per
accettare una parte meschina della cena. Giunse anche a
lodare le doti culinarie dellanacoreta. E, alla
fine, disse a Rousseau che il segreto ultimo della
creazione gli sarebbe stato rivelato se lo invitava
spesso alla sua tavola.
Da allora Dio venne tutti i giorni a cenare con Rousseau.
Luomo selezionava due olive, ed entrambi i
commensali le benedicevano. Dato che la benedizione di
Dio aveva maggior peso, generalmente scambiava la sua
oliva con quella dellanacoreta dopo latto
purificatore. Rousseau non osò mai chiedere a Dio del
segreto ultimo. Sperava che il creatore, nella sua
infinita memoria, se ne ricordasse.
Un giorno, lessere supremo mancò
allappuntamento. Rousseau divenne nervoso e non
mangiò. Trascorse una settimana senza notizie di Dio e
in stretto digiuno, terminata la quale, Rousseau, smunto
e mezzo morto di fame, decise di concedersi un banchetto
pantagruelico e divorò due olive, spingendosi fino a
leccarne lascivamente una terza. Allora cadde al suolo, e
non poté riprendere a levitare.
Rousseau conobbe alla fine la verità: non era stato Dio
ad avergli fatto visita tutto quel tempo, bensì il
Maligno. Aveva provato orgoglio per gli elogi del
Tentatore, e poi ira e dispetto per la sua incostanza, e
più tardi linsana gola. Il percorso di
trentanni lo aveva condotto a una porta falsa. Non
era più un uomo puro. Non era un illuminato, e non
avrebbe mai posseduto il segreto ultimo.
Rousseau lasciò la grotta e andò in città. Oggi è
proprietario di un ristorante italiano che gode di una
discreta fama, soprattutto per gli eccellenti spaghetti
con tonno, cipolla e olive che sono la sua specialità.
Non si reca al tempio e fornica alla domenica. E a volte
si chiede se là, nella grotta, i suoi escrementi
continuino a levitare.
Ó Eduardo Del Llano & Danilo Manera
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