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Perchè il fagiolo è dicotiledone

Il missionario scozzese David O’ Hara ha dedicato la propria vita alla conversione e allo studio delle tribù ñgfa dell’Alto Zambesi. Il buon missionario vive da più di 30 anni in una capanna di paglia, vestendosi con gonnellini d’erbe e pelli d’animali, mangiando alimenti fermentati e seguendo in generale fin nei dettagli gli usi della tribù. Se ancora non è riuscito a convertirli alla fede cristiana, in cambio gli ñgfa hanno fatto del reverendo un fervente devoto del culto locale, fino al punto che a volte sono gli stessi ñgfa a tentare — senza successo — di far celebrare al missionario una messa cristiana. Tuttavia, è facile riconoscere il reverendo per il suo colore: discendente da neri nordamericani emigrati in Scozia, è l’unico scuro della tribù, composta esclusivamente da albini.

Nel 1980, l’editrice londinese ‘Black Mass" pubblicò in un corposo volume il risultato delle approfondite ricerche del reverendo O’ Hara presso gli ñgfa. Il libro è diviso in tre parti, e cioè: leggende, miti e ricette di cucina. Sfogliando la prima parte veniamo a sapere che il pantheon ñgfa è composto da 900 divinità principali e una secondaria, che adorano l’acqua, il fuoco e la cacca di mucca, perché secondo una vecchia leggenda, il dio Embebé creò l’uomo con quel concime, impastato con acqua e cotto al fuoco. Di lì deriva il fatto che il penetrante odore umano sia considerato una virtù presso gli ñgfa e i capi vengano scelti tra i guerrieri che lo esalano con maggior intensità. (Un grande condottiero antico, Motapo, sconfisse la vicina tribù N’dele camminando per 200 km e lanciandosi poi, nudo e sudato, in pieno accampamento nemico all’ora di pranzo.) Tra gli animali, considerano sacri il gorilla, l’elefante e una specie di ameba che vive nell’intestino della gazzella. Secondo loro, la miglior forma di esternare il rispetto che provano verso questi animali è mangiarseli, sicché hanno spazzato via tutta la popolazione di elefanti e gazzelle della zona. I gorilla, invece, non sono frequenti nella loro dieta; si racconta come una grande impresa quella del guerriero Ngongu, che si gettò morto di fame in mezzo a un’orda di gorilla e affrontò il loro capo a morsi. Finirono per divorarsi reciprocamente, ma a Ngongu viene riconosciuto un punteggio maggiore perché era completamente privo di dentatura.

La leggenda che trascriviamo qui di seguito è fra le più belle della tradizione ñgfa. Secondo il reverendo O’ Hara, è molto frequente ascoltarla sulla bocca delle madri della tribù quando fanno addormentare i figlioli, anche se O’ Hara suppone che la funzione del racconto non sia precisamente quella di assopire i bambini, giacché il metodo adoperato a tal fine è una sonora mazzata alla base del cranio.

Obangué, padre degli dèi, era perdutamente innamorato della vergine Rataka dagli occhi di gazzella e dalla pelle di coccodrillo. Rataka era figlia del re degli ñgfa, ma viveva in un’umile capanna nei dintorni del villaggio e si dedicava all’allevamento di cuccioli di leoni abbandonati dai loro genitori.
Tale era la fama della sua bellezza e castità, che arrivavano pretendenti fin dalle più remote regioni. Venne persino un eschimese, che s’intestardì a volersi presentare davanti alla bella abbigliato con le vesti tipiche del suo paese, il che causò in definitiva la sua morte. Il guerriero mezzo orbo Obanené lo uccise confondendolo con un gorilla.
Quando Obangué seppe che Rataka respingeva tutti i candidati, temette che gli sarebbe toccata la stessa sorte.
Decise allora di mandare un emissario a suo nome e scelse la tartaruga, perché era il più saggio ed eloquente di tutti gli animali. (Di lei si diceva che era stata capace di convincere il mandrillo a presentarsi a un concorso di bellezza.) La tartaruga arrivò dalla capanna di Rataka ed espose l’offerta di Obangué:
"Il mio signore ti propone il matrimonio, la bellezza eterna e la condizione di dea dei cibi fermentati. Col passare del tempo potrai salire di grado e diventare dea dei guerrieri, della fecondità e dell’industria leggera."
"Di’ al tuo padrone che rifiuto la sua offerta."
Il no di Rataka sconcertò Obangué, il quale, accecato dall’ira, ordinò che la vergine e la sua tribù non avrebbero mai più goduto dei cibi fermentati. La tartaruga la promosse dea dello sport. Poi, calmatosi, volle fare un secondo tentativo presso la bella, e inviò il ragno Anansi.
"Dice il mio padrone che ti offre le nozze, la sapienza e il 30% del raccolto di zucche degli ñgfa."
"Di’ a Obangué che rifiuto la sua offerta. Non mi piacciono le zucche."
Il padre degli dèi pianse di rabbia quando seppe del nuovo no. Per castigo, tolse la zucca dalla dieta della tribù e condannò Anansi a servire da intelaiatura per tende. Fu persino sul punto di presentare le proprie dimissioni dal consiglio degli dèi, ma alla fine optò per un terzo tentativo. Per maggior sicurezza, parlò a lungo con il nuovo inviato, uno yeti nepalese, e lo rese ambasciatore di proposte irresistibili. Lo yeti si presentò dinanzi a Rataka a testa alta, senza mostrare alcuna paura dei leoni.
"Il padre degli dèi ti offre il matrimonio, una pensione vitalizia per i tuoi leoni e grandi agevolazioni nella caccia per la tua tribù: d’ora in avanti gli animali non faranno resistenza ai guerrieri, anzi si metteranno loro stessi direttamente nelle pentole."
"Senti, tesoro mio, di’ al tuo padrone che la pianti, perché a me lui non fa né caldo né freddo. E comunque questa faccenda degli animali non risolve un bel nulla, perché la mia tribù va pazza per gli elefanti e se quelle bestie vanno a mettersi nelle pentole, restiamo senza stoviglie."
Obangué ebbe un attacco di furia che provocò tre giorni consecutivi di pioggia e tuoni, benché la collera gli impedì di prendere la mira e scaricò il temporale sul Sahara, cosa che gli valse l’eterna riconoscenza dei beduini. Poi, un po’ più tranquillo, fece voto di castità e si ritirò a meditare sul Kilimangiaro. Rataka si sposò con lo yeti ed ebbe da lui un figlio, il futuro condottiero Motapo. La tribù ñgfa prosperò, come prospera chiunque mangia quotidianamente carne d’elefante invece di zucche e porcherie fermentate. Ma Obangué morì di tristezza nel suo ritiro, e il suo cuore si spezzò in due. Dal cuore di Obangué nacquero i fagioli, che da allora in poi furono dicotiledoni. Per la stessa ragione, agli yeti non piacciono i fagioli neri.

Ó Eduardo Del Llano & Danilo Manera

 

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